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Luigi Battaglini, "innamorato della vita"

luigi battaglini innamorato della vitaLa vita di Luigi Battaglini, segnata dalla sofferenza, ma anche da una chiara presenza del “Soprannaturale”, rivela il mistero di una chiamata ad una missione grande. Quella che umanamente poteva sembrare una disgrazia, è diventata una grazia per lui e per tanti altri sofferenti. E questa è una costante della sapienza misteriosa di Dio: far nascere dalla sofferenza e da ciò che sembra un fallimento le Sue grandi opere.

In questa conversazione percorrerò le tappe della sua vita, servendomi come fonte del suo libro autobiografico, “Innamorato della vita”, del suo Diario inedito e di altri scritti.

Egli è nato ad Orta Nova il 27 settembre 1920, primo di tre figli di una famiglia benestante. Ha trascorso un’infanzia normale nel suo paese natìo.

Ha avuto il primo incontro con la sofferenza all’età di circa 10 anni per un intervento chirurgico alle adenoidi, subìto a Roma. Qui ha conosciuto un ragazzo, ammalato cronico, che una sua zia gli ha affidato con il compito di stargli vicino e di incoraggiarlo. In questo gesto di carità – possiamo dire – è anticipata simbolicamente quella che sarà la sua missione (cfr. Innamorato della vita –Ned – Foggia, 1996, p. 38)..

Un anno dopo, all’età di undici anni, comincia ad avvertire i primi sintomi di quella malattia alla colonna vertebrale che lo inchioderà per tutta la vita su una sedia a rotelle e che determinerà una svolta nella sua esistenza. Egli, con l’aiuto dei suoi familiari, (soprattutto del padre, che era medico) ha lottato con tutte le forze, per sconfiggere il suo male. Ha cominciato a girare per i centri ortopedici più famosi dell’Italia e anche della Francia. Insomma, dal punto di vista sanitario tutto è stato tentato...Ma con quale risultato? All’inizio un busto ortopedico, pesante come una corazza, ha stretto il suo torace. Poi un bastone lo aiuterà a muoversi autonomamente. Alla fine, il 13 settembre 1939, fa un’esperienza drammatica: non può più alzarsi da solo dal tavolo del suo studio. “L’ospite misterioso (così egli chiama la malattia, che lo ha immobilizzzato), tanto atteso e temuto, era dunque giunto. La sofferenza mi aveva stretto in quella morsa, dalla quale si esce o purificati o disperati” (cfr. ib., p. 79).

Il primo impatto con questo suo handicap è stato più vicino alla disperazione che alla purificazione: una forma di ribellione interiore, sia pure contenuta, ma accompagnata da tanti interrogativi e da tanti dubbi, si era impadronita di lui. Tutti i suoi sogni di studio e di formazione di una famiglia propria si erano infranti. Ormai doveva fare i conti con questa dura realtà. Giorno dopo giorno la sua vita di disabile diventava sempre più un tormento.

All’età di 23 anni ha un ulteriore aggravio della sua malattia: i dolori diventano lancinanti a causa “del progressivo sfacelo della sua impalcatura ossea, che si andava sfaldando nelle giunture, mentre il collo gli si piegava fin quasi sulla spalla sinistra in una posizione innaturale”. Battaglini così descrive questo suo aggravamento: “Navigavo in un mare di dolori, che spesso mi toglievano le facoltà intellettive, esasperato anche da piaghe purulente che si erano formate al piede sinistro in seguito a geloni… Era un martirio continuo che mi costringeva a ricorrere sempre più spesso all’analgesico… Non bestemmiavo, no, ma sempre più spesso mi usciva dalle labbra morse la domanda angosciata: ‘Fino a quando , mio Dio, fino a quando mi tormenterai così?’ E invocavo con un lamento: ‘Non ne posso più, abbi pietà di me , Signore, non ne posso più!’. Malgrado tutto pensavo ancora: ‘Verrà il mio giorno, deve venire. Non può essere altrimenti, deve venire, frattanto bisogna resistere, resistere, resistere’” (cfr. ib., pp. 98-99).

Come si può notare, è un dolore pieno di speranza e di fiducia. Anche sua sorella Concetta, morta recentemente, in un’intervista preparata per il periodico dell’UAL, “Missione”, parlando del fratello Luigi, mi aveva detto queste parole: “Per quanto fosse sofferente, non si abbatteva mai. Non so dove prendeva tanta forza, perché la notte non riposava”.

Ma va aggiunto che oltre il dolore fisico per lui vi è stato anche un altro dolore morale molto profondo: in un certo senso era condannato a vivere un isolamento dal mondo esterno, perché, secondo la mentalità di quel tempo, avere un disabile in casa era ritenuto un affare privato, quasi un disonore: era qualcosa da nascondere.

Fu nel 1947, per l’insistenza di un suo amico, e poi durante il terremoto del 1948 che egli uscì fuori di casa, sempre aiutato dai suoi amici, che cominciarono a stringersi attorno a lui.


Un profilo della figura del Fondatore dell’U.A.L

di don Luigi Nardella

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